Nuova Zelanda: gli scenari.

Una sera, in un campeggio a Queenstown (dove peraltro abbiamo fatto il bagno nel lago Wakatipu, il secondo più pulito al mondo), abbiamo conosciuto un tipo sudamericano, Carlo, che viveva lì da tempo. Chiacchierando ci ha parlato dei posti che aveva visitato in Nuova Zelanda e in particolare del Milford Sound, il fiordo più famoso del luogo, e nostra meta successiva, come di un luogo primordiale, dove ogni momento ci si aspetta di veder sbucare un dinosauro da dentro un bosco, tanto è selvaggia la natura che vi prospera.

Però quando arriviamo a Te Anau, l’accesso per tutte le attività lungo i fiordi, la pioggia battente ci intristisce un po’. Diluvia per ore e noi vediamo partire trekkers con zaini enormi e ghette impermeabili sotto un’acqua da fare spavento: la cosa che infatti non ci convince dei grandi trekking neozelandesi è l’obbligo di prenotazione con largo anticipo di ogni percorso, cosa che saremo costretti a fare per l’Abel Tasman Coast Track. Ci chiediamo infatti, e se dopo che abbiamo prenotato becchiamo una simile pioggia? Cosa facciamo? Ma di quello ci preoccuperemo più avanti. E’ il 31 dicembre a Te Anau e noi troviamo l’ultima camera libera in città, una mini camerata da quattro letti che dividiamo con due simpatici ragazzi del Colorado. Nel pomeriggio la pioggia scema e la sera ci regala scorci meravigliosi…buon anno a noi!

Il 1 gennaio guidiamo lungo la Milford Highway, un tratto di strada di circa 200km lungo il fiordo che ci permette di goderci il paesaggio. Fotografiamo cascate, facciamo il trekking di tre ore per raggiungere il Lago Marian (io compio tutto il tragitto con un paio di sandali e da quel momento non me li levo più, mi lasceranno un simpatico segno di abbronzatura sul dorso dei piedi!) e campeggiamo lungo un fiume. Il Milford è bello, selvaggio e verdissimo, circondato da montagne che non a caso si chiamano Southern Alps…ma nonostante  i cartelli lungo tutti i percorsi continuino a ripeterci che la natura è incontaminata e tale deve rimanere (bisogna pulirsi i piedi, non sporcare, non buttare la spazzatura per terra, stare attenti a cosa calpesti, non inquinare e così via) vediamo passare sopra le nostre teste decine di aerei turistici.

E loro? Loro non inquinano il Milford Sound? E le crociere che partono una dopo l’altra, invece?  Insomma, da una parte abbiamo la Natura Incontaminata, simbolo della Nuova Zelanda, dall’altra abbiamo il Turismo (con noi in primis, è ovvio), che usa quella stessa natura come motore commerciale. Pro e contro! Forse, dico io, come è proibito sporcare per terra bisognerebbe non sporcare neanche l’aria…ma queste sono mere speculazioni.

Più affascinante è la visione del Monte Cook, il ghiacciaio più noto dell’isola, che ci appare in fondo alla State Highway 80. Una strada lunghissima lungo il Lago Pukaki, d’un azzurro fuori dal mondo, che punta dritta alle pendici del monte, e che noi fotografiamo innumerevoli volte. Il limo glaciale, il minuscolo deposito roccioso che rende color latte le acque di fusione dei ghiacciai, fa risplendere il lago dello stesso colore del cielo: è una visione incredibile. Quando arriviamo all’Aoraki / Mount Cook Village, piantiamo la tenda in mezzo al campo…non sarà una grande idea, quando più tardi salirà un vento forte dalla vallata! Ma fortunatamente anche se la tenda è ultralight, è anche ultra resistente!

Non ho mai visto un ghiacciaio e l’immagine di quella crosta di ghiaccio azzurrina rimarrà per sempre nella mia memoria! Insieme al fatto di essere in calzoncini corti sotto il ghiacciaio…che sorgendo all’altezza del mare, ci permette di godere (almeno di giorno) di una temperatura piacevolmente primaverile. La sera invece il vento gelido spazza il campeggio, facendoci tirare fuori calzoni e piumini imbottiti. Di notte, quando ci alziamo per andare in bagno, l’intera Via Lattea brilla sopra le nostre teste…ecco un’altra immagine indimenticabile. Ora posso dire di aver dormito davvero sotto le stelle.

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6 risposte a "Nuova Zelanda: gli scenari."

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